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Contro la privatizzazione dei servizi pubblici e una loro gestione partecipata

Per evitare che gli enti locali siano costretti a privatizzare i servizi pubblici locali, sarebbe utile che a livello europeo essi siano definiti privi di rilevanza economica. In questo modo, l’ente locale può procedere ad affidamenti diretti, non è obbligato a privilegiare il ricorso al mercato e alla concorrenza come nel caso di servizi dotati di rilevanza economica.
Il servizio idrico, i trasporti, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono alcuni dei servizi di rilevanza economica. Considerato l’esito del referendum che si è svolto in Italia nel 2011 e che ha bloccato la privatizzazione dei servizi pubblici locali, il contenuto della prima iniziativa dei cittadini europei proprio in materia di servizio idrico e, in generale, l’attenzione che in molti paesi membri è prestata a questi servizi essenziali, l’Europa deve dunque far rientrare questi servizi tra quelli privi di rilevanza economica.
In questo modo, il generale ricorso al mercato e alla concorrenza potrebbero conoscere una deroga, a favore di una gestione pubblica che però deve essere ripensata. Il coinvolgimento di lavoratori dell’azienda che eroga il servizio, di cittadini e di associazioni può rappresentare il modo per amministrare servizi necessari alla vita di tutti noi in modo partecipato. Questa indicazione potrebbe, ad esempio, essere strutturata a livello europeo, abbandonando così il pensiero unico del mercato e valorizzando il vigente principio di indifferenza degli assetti proprietari.
Accesso universale – in termini di diffusione del servizio e di tariffa – qualità, partecipazione e tutela della risorse in una prospettiva intergenerazione ed ecologica costituiscono le cifre delle linee teoriche del modello di gestione dei servizi pubblici che l’Altra Europa deve offrire agli Stati membri. Solo così smaschereremo quanti continuano a dirci che le privatizzazioni sono imposte dall’Europa e renderemo la gestione pubblica una questione di volontà politica e non di impossibilità tecnica.


La disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici ha assunto una struttura completa soltanto negli anni più recenti. Questo ritardo è dovuto sia alla considerazione prioritaria che veniva assegnata all’eliminazione delle barriere statali per favorire la libera circolazione di merci, persone, capitali e servizi, sia alle profonde differenze che esistono tra gli Stati membri non solo a livello di definizione concettuale dei servizi pubblici, ma soprattutto a livello organizzativo
Oggi, la norma di riferimento è contenuta nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), all’art. 106 in materia di servizi di interesse generale, la quale comprende le infrastrutture di rete (telecomunicazioni e trasporti), le forniture idriche e la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti, i servizi sociali.
La disciplina europea privilegia il ricorso al mercato e alla concorrenza per la gestione di questi servizi, pur ammettendo delle deroghe esso si rivela incompatibile con l’assolvimento della missione di interesse generale assegnata ai servizi stessi.
Questa ipotesi rimette così in gioco l’intervento del pubblico, anche considerato che – in linea generale – nel diritto europeo è valido il principio di neutralità, vale a dire l’indifferenza rispetto all’assetto proprietario pubblico o privato già sancita nell’art. 295 del Trattato CE (oggi, art. 345 TFUE).
L’art. 14 del TFUE, ha poi riconosciuto l’importanza dei servizi di interesse economico generale «nell’ambito dei valori comuni dell’Unione» e ha sottolineato il loro ruolo fondamentale per la promozione della coesione sociale e territoriale.
L’introduzione di questo articolo evidenzia che, in ambito europeo, la regola della concorrenza, nell’ambito dei servizi di interesse economico generale, non ha valore assoluto, ma è limitata dal raggiungimento dei fini sociali e dal rispetto dei valori fondanti l’Unione europea, quale lo sviluppo armonioso, equilibrato e sostenibile delle attività economiche, la solidarietà, l’elevato livello dell’occupazione e la protezione dell’ambiente, della salute e dei consumatori.
Quindi, riassumendo per punti la disciplina dell’Unione Europea in materia di servizi pubblici:

  • la distinzione tra servizi ordinari e servizi di interesse generale, che comprendono i servizi di interesse economico generale, sottopone i primi al regime della concorrenza, mentre per i secondi è previsto l’intervento delle autorità pubbliche nell’ipotesi in cui il mercato non garantisca le condizioni necessarie a rendere il servizio fruibile per tutti;
  • i servizi di interesse economico generale sono qualificati tali da ciascun Stato membro.

L’orientamento del diritto dell’Unione europea è dunque quello di lasciare a ciascuno Stato membro (ma con una preferenza per gli enti locali, in base al principio di sussidiarietà) la definizione di quali servizi rientrino tra quelli di interesse economico generale e quali possano, quindi, essere sottratti alle regole della concorrenza e del mercato. Pertanto, dalla disciplina dell’Unione europea non proviene alcun obbligo per gli Stati membri di procedere ad una privatizzazione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Per quanto riguarda invece i servizi privi di rilevanza economica, la Commissione Europea ha indicato come sia impossibile fornire una loro elencazione, considerata l’intrinseca dinamicità della distinzione.
Alla luce di queste considerazioni, si può escludere che sia l’Europa a imporre processi di privatizzazione dei servizi pubblici locali, principio del resto affermato anche dalla nostra Corte Costituzionale con la sentenza n. 24 del 2011, pronunciata in occasione dell’ammissibilità del quesito referendario per l’abrogazione della norma che imponeva la privatizzazione dei servizi pubblici locali.
In quella occasione è emersa una forte sensibilità per una forte protezione della risorsa acqua e, in generale, rispetto ad una gestione pubblica del servizio idrico integrato, dei trasporti e dei rifiuti. Tuttavia, sarebbe ingenuo pensare che la difesa del pubblico sia di per sé sufficiente: è necessario introdurre un modello di gestione che non renda il pubblico sinonimo di carrozzone clientelare e inefficiente e che sappia altresì valorizzare l’elemento della partecipazione di cittadini, dei lavoratori e delle associazioni.
Per evitare che i servizi pubblici locali siano nuovamente oggetto di privatizzazioni e svendite, sarebbe utile che a livello europeo quei servizi che rispondono quotidianamente ai bisogni degli esseri umani, consentendogli di essere cittadini attivi di una qualsiasi comunità, siano ricompresi tra i servizi privi di rilevanza economica. In questo modo, il generale ricorso al mercato e alla concorrenza potrebbero conoscere una deroga, a favore di una gestione pubblica che deve necessariamente essere ripensata. Il coinvolgimento dei lavoratori dell’azienda che eroga il servizio, dei cittadini e di associazioni può rappresentare il modo per amministrare i servizi in modo partecipato. Questa indicazione potrebbe, ad esempio, essere contenuta nel libro verde che l’Unione dedica ai servizi di interesse generale, abbandonando così il pensiero unico del mercato. Accesso universale – in termini di diffusione del servizio e di tariffa - , qualità del servizio, partecipazione e, laddove vi sia tale necessità – tutela della risorsa in una prospettiva intergenerazione ed ecologica devono costituire le cifre delle linee teoriche del modello di gestione dei servizi pubblici che l’Altra Europa deve offrire agli Stati membri. Solo in questo modo, smaschereremo quanti continuano a dirci che le privatizzazioni sono imposte dall’Unione Europea e renderemo la gestione pubblica una questione di volontà politica e non di impossibilità tecnica.