Borse di studio, valigie per l'erasmus

Un piano europeo per il diritto allo studio e la mobilità

Lo “spazio europeo dell’istruzione” preconizzato dal Processo di Bologna sembra ancora un miraggio lontano. Ad oggi i sistemi d’istruzione superiore dei paesi membri sono caratterizzati da forti differenze e da gravi disparità. Se da un lato molte specificità nazionali vanno trattate come ricchezze da preservare e promuovere, vi sono preoccupanti disomogeneità che non permettono ai paesi economicamente più fragili (a cui si aggiunge spesso il triste caso dell’Italia) di sviluppare appieno il loro potenziale. Una lista non esaustiva di queste lacune include: il numero di ricercatori per migliaia di abitanti e le loro condizioni di lavoro; la percentuale del PIL nazionale investita in ricerca e sviluppo e in istruzione; la forbice salariale tra docenti appena entrati in ruolo e quelli a fine carriera; il numero di borse di dottorato finanziate e il tipo di tutele contrattuali garantite ai dottorandi.

La conoscenza è un tipo di risorsa particolare: a differenza di molte altre aumenta il suo valore in maniera proporzionale alla sua diffusione e al suo “uso”. Livellare verso l’alto queste lacune sarà interesse non solo dei paesi più in difficoltà, ma dell’intero sistema della conoscenza europeo e mondiale: sarà un passo fondamentale per dare concretezza alle promesse di realizzare una “società della conoscenza”, fino ad ora non rispettate o rispettate solo in chiave strettamente economicistica e miope.

La lacuna più urgente da colmare probabilmente è il divario tra i sistemi di diritto allo studio dei diversi paesi membri (anche in vista dell’obiettivo di arrivare alla soglia del 40% di giovani 30-34enni laureati entro il 2020). In Italia su poco meno di 1,8 milioni di iscritti all’università nell’A.A. 2012/2013 solo 162.569 (9%) erano idonei a ricevere una borsa di studio. Di questi solo 111.911 hanno ricevuto effettivamente la borsa, agli altri non è stata erogata per assenza di fondi. In Spagna gli idonei sono 305.454 (il 19% del totale degli iscritti), in Germania 440.217 (18%) e in Francia 620.213 (27%).

Tutti gli studenti capaci e meritevoli (intesi nel senso più inclusivo possibile) dovrebbero poter essere liberi di scegliere cosa studiare e dove farlo: l’Altra Europa è quella che rimuove gli ostacoli legati al loro luogo di nascita o alla loro condizione socioeconomica. Per questo l’Unione dovrebbe affiancarsi (e progressivamente subentrare) ai singoli Stati nel legiferare e nel finanziare il diritto allo studio e più in generale un articolato sistema di welfare studentesco, dando la precedenza a quei paesi dove la situazione è particolarmente critica. Facendo tesoro delle deludenti esperienze americana ed anglosassone, questo sistema di welfare dovrebbe evitare qualsiasi forma di indebitamento studentesco, traducendosi invece in un reddito europeo di formazione nonché in un’articolata serie di servizi (tra cui soprattutto vitto, residenza e mobilità, accesso alle cultura).


  1. L’Unione europea, con la volontà di «sostenere e integrare le azioni degli Stati membri», si è data alcuni compiti nell’ambito delle politiche su istruzione, formazione professionale, ricerca e cultura, fra i quali evidenziamo:
    • «sviluppare la dimensione europea dell’istruzione, segnatamente con l’apprendimento e la diffusione delle lingue degli Stati membri» e a «favorire la mobilità di studenti ed insegnanti» [art. 165 del Trattato sul funzionamento della Ue (TFUE)]
    • «migliorare la formazione professionale iniziale e la formazione permanente» e «favorire la mobilità delle persone in formazione» [art. 166 del TFUE]
    • attuare programmi di ricerca e dare impulso alla formazione e alla mobilità dei ricercatori dell’Unione [art.180 TFUE]
    • operare in favore della salvaguardia del patrimonio culturale e a sostegno della creazione letteraria e artistica, compreso il settore audiovisivo [art.167 TFUE].

    Inoltre, nell’ambito della Strategia «Europa 2020», un piano per la crescita economica «intelligente, sostenibile e solidale» approvato dal Consiglio europeo del giugno 2010, l’Unione si è data alcuni obiettivi:
    • raggiungere un investimento in ricerca e sviluppo pari al 3% del Pil;
    • ridurre i tassi di abbandono scolastico precoce al di sotto del 10%;
    • raggiungere almeno il 40% di laureati nella fascia d’età 30-34 anni.

    Ciascuno dei compiti e obiettivi segnalati è, pur nella sua maggiore o minore vaghezza, condivisibile. Il problema principale sta nella realizzabilità di tutto ciò: in un quadro di scarsità di risorse pubbliche da investire, è molto difficile attuare politiche finalizzate a incrementare il livello di conoscenza e cultura nell’Ue in generale e in ciascuno dei suoi Stati membri. O cambia la direzione di marcia dell’Ue, abbandonando l’austerità in favore degli investimenti pubblici, o sarà impossibile qualunque azione efficace volta a rendere effettivi sia la libertà delle arti e della ricerca, sia  «il diritto all’istruzione e all’accesso alla formazione professionale e continua», sanciti rispettivamente dagli articoli 13 e 14 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

    Come sappiamo, l’Ue si regge su norme che, in materia di disavanzi di bilancio, non permettono vera libertà di spesa dei singoli Stati membri: si pensi alla famosa regola in base alla quale il rapporto deficit/Pil non può superare il 3%. Il nuovo Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, più conosciuto come Fiscal Compact, ha introdotto vincoli ancora più stringenti, imponendo il pareggio di bilancio: in Italia lo abbiamo purtroppo recepito nell’articolo 81 della nostra Costituzione, cambiato nella scorsa legislatura con il consenso del Pd e del centrodestra. In queste condizioni, è molto difficile – per non dire impossibile – fare gli investimenti necessari: per questo motivo, crediamo sia giusto cambiare profondamente queste regole, sia a livello nazionale che europeo. L’austerità vuol dire assenza d’investimenti in istruzione e ricerca, e quindi mancata crescita: il risultato paradossale è che in questo modo si peggiorano ancora di più i parametri di bilancio!  

  2. Oltre ai compiti e agli obiettivi generali, ci sono le azioni già compiute negli scorsi anni o attualmente in corso, promosse o comunque favorite dall’Unione europea. Le più importanti sono:
    • ciò che va sotto il nome di Processo di Bologna;
    • i programmi Socrate, Apprendimento permanente ed Erasmus+;
    • il programma Cultura;
    • il programma Media.

    Con la formula Processo di Bologna si comprende il grande cambiamento che ha investito i sistemi universitari: i due cicli (il cosiddetto 3+2),  i crediti, la valutazione della didattica e della ricerca… Nato con l’obiettivo di rendere più facile il riconoscimento dei titoli di ciascun Paese, e di offrire un accesso più veloce al mercato del lavoro, questo insieme di misure si è generalmente  tradotto in un peggioramento delle condizioni di studio e lavoro nelle università d’Italia e di tutta l’Unione, oltre che in uno spropositato aumento della burocrazia. Noi difendiamo l’idea che il sapere sia irriducibile a logiche aziendalistiche e di mercato: dietro la parola d’ordine della «preparazione per il lavoro» si nasconde spesso un impoverimento culturale, che contrastiamo con molta energia. Il lavoro nella ricerca e nell’università deve essere orientato alla cooperazione, non alla competizione; i bandi europei non devono costringere all’uniformazione di metodi e linguaggi; la valutazione di ricercatori e professori deve abbandonare il mito dell’oggettività e diventare uno strumento finalizzato al miglioramento del servizio; i fondi per la ricerca non vanno distribuiti secondo presunti criteri «meritocratici», che significano spesso una semplice redistribuzione verso chi è più ricco, impedendo la nascita o il consolidamento di nuovi gruppi di ricerca.

    Il ruolo dell’Unione europea è stato senza dubbio positivo nel favorire la mobilità degli studenti universitari: il progetto Erasmus rende più ricca la formazione dei giovani europei, rende possibile l’apprendimento di lingue diverse dalla propria e favorisce l’incontro fra culture ed esperienze diverse. Siamo lontani, però, da una situazione di reale eguaglianza di opportunità: in molti casi, la possibilità di trascorrere uno o due semestri in un altro Paese è riservata a chi se lo può permettere economicamente. Per questo crediamo giusto aumentare le risorse destinate a questo progetto, in modo da rendere possibile a chiunque, indipendentemente dalle risorse della famiglia di provenienza, poter mantenersi e studiare in un altro Stato dell’Unione grazie a un sistema di borse di studio. Lo stesso vale per altri progetti, come il Leonardo, destinati alla formazione professionale: vogliamo una vera accessibilità universale!

    Da quest’anno le politiche relative alla cultura sono comprese all’interno del Programma Creative Europe, che si suddivide in alcuni sotto-programmi, e all’interno dell’iniziativa Digital Agenda for Europe. Gli interventi a favore della tutela del patrimonio culturale e della promozione di tutte le forme di creazione artistica – inserite nel sotto-programma Cultura – devono continuare ed essere adeguatamente sostenuti in termini economici. Si deve favorire un’espressione artistica che sia autenticamente libera, proteggendola dalla «colonizzazione» del mercato e dell’industria culturale. La mobilità transnazionale degli operatori culturali va sostenuta, così come va incoraggiato il dialogo interculturale, mirato anche al superamento di razzismo e pregiudizi che continuano ad esistere anche nel seno dell’Ue. Attraverso il sotto-programma Media è giusto continuare a sostenere la produzione cinematografica europea, offrendo delle chance al cinema indipendente e a quello realizzato in lingue che, a differenza dell’inglese, sono prive di una audience universale. Il cinema europeo è un patrimonio da difendere e valorizzare, così come lo sono tutte le forme di creatività digitale: ci batteremo per una vera libertà d’espressione, per il pluralismo nei media, per il sostegno a tutte le forme di comunicazione libera e non-profit, a partire dai giornali e dalle radio indipendenti on line.

  3. Politiche progressiste per la cultura, l’istruzione e la ricerca, ispirate cioè ad un’idea di sapere come espressione di libertà e fattore di emancipazione ed eguaglianza sociale, sono possibili ad alcune condizioni. Ad ostacolarle non sono solo i vincoli di bilancio, di cui abbiamo già detto: ci sono anche i rischi connessi ad una concezione mercantile dell’istruzione e della cultura, che potrebbe uscire rafforzata dall’approvazione del Trattato di libero scambio Usa-Ue (TTIP nella sigla in inglese), che la Commissione europea uscente sta negoziando con il governo degli Stati Uniti.
    Noi rifiutiamo l’idea che scuole e università formino un sistema finalizzato esclusivamente alla selezione delle «eccellenze», nel quale la singola persona sia chiamata a pagare di tasca propria rette molto alte, magari chiedendo prestiti alle banche se proviene da una famiglia non ricca: è un modello sbagliato e ingiusto, come dimostrano i Paesi nei quali è in vigore, come gli Usa. Noi crediamo che il costo del «servizio istruzione» debba essere a carico di tutta la società e ci opponiamo ai piani di quelli che vogliono risolvere i problemi di sotto-finanziamento facendo indebitare gli studenti e le loro famiglie. Un sistema di diritto allo studio europeo è l’esatto contrario dei cosiddetti «prestiti d’onore». Con il meccanismo dei prestiti, infatti, gli studenti privi di mezzi dovrebbero accendere veri e propri mutui con le banche, pagando i relativi interessi: i figli dei ricchi, invece, potrebbero comunque pagare rette anche molto alte senza bisogno di ricorrere alle banche.

    Il Trattato di libero scambio (TTIP) rappresenta un autentico pericolo per tutti quei programmi che mirano a tutelare posizioni «deboli» nel mercato. In particolare, a correre rischi è il settore della produzione artistica, a partire da quella degli audiovisivi. La Commissione europea, su pressione del governo francese, si è impegnata a mantenere il settore dell’audiovisivo al riparo dalle trattative, ma non possiamo dormire sonni tranquilli: finché il negoziato è aperto, i rischi non sono scomparsi. Quali sono, in concreto, questi rischi? Ad esempio, se qualche grande investitore privato della potentissima industria cinematografica degli Stati Uniti ritenesse di essere stato danneggiato dalle misure a sostegno del cinema europeo, potrebbe denunciare la Ue a un tribunale arbitrale per vedersi riconosciuto un indennizzo economico. Gli interessi privati varrebbero di più delle libere scelte delle istituzioni europee – o nazionali!

  4. In sintesi. Difendere, investire e valorizzare il sistema pubblico di istruzione, università e ricerca; sostenere la produzione libera e indipendente nel cinema, nella musica, nel teatro; tutelare i media indipendenti e il patrimonio artistico in ogni sua forma: sono Cose dell’Altra Europa. Di un’Europa vissuta come grande progetto di incontro e scambio fra popoli diversi per lingue e tradizioni, e come spazio di opportunità di arricchimento culturale per ogni persona, indipendentemente dalle sue condizioni sociali. Di un’Europa dove sia viva e forte, anche grazie al ruolo delle organizzazioni culturali indipendenti, una società civile veramente «europea», condizione necessaria perché si possa parlare di un’autentica democrazia.