La rivoluzione è un pranzo a filiera corta

“Pensare globale, certificare locale”

Nel mondo della certificazione dei prodotti agroalimentari, molti agricoltori e cittadini si ritrovano a dover affrontare non poche difficoltà. I primi, per certificare i loro prodotti spendono tempo e denaro nell'affrontare le procedure burocratiche richieste, dovendosi adeguare a dei parametri produttivi non scelti da loro.
D'altro canto, i cittadini nella veste di consumatori, vengono confusi dall'esistenza di diversi sistemi di etichettatura, subiscono truffe oppure pagano un prezzo più alto per prodotti che garantiscono solo in parte il rispetto per l'ambiente e del lavoro. Di fatto, l'attuale sistema di certificazione non è in grado di valorizzare certe dimensioni: quali la stagionalità degli alimenti, il numero di intermediari nella filiera, la diversità delle colture, il trattamento dei lavoratori (tant'è che per alcune di queste tematiche sono state create ulteriori certificazioni).
Il risultato: condizioni ambientali e socio-economiche poco tutelate e consumatori (sempre più confusi) costretti a pagare dei sovrapprezzi che non arriveranno mai alle tasche dei produttori.
La nostra proposta è quella di creare un sistema di certificazione che sia partecipato, in cui produttori e consumatori disegnino le linee guida e partecipino alle fasi di controllo. L'Altra Europa dovrebbe definire dei criteri generali di ammissibilità e sostenere le specificità locali, le tradizioni, la creazione di reti orizzontali di agricoltori e cittadini, l'autonomia decisionale dei territori: la sovranità alimentare, declinata localmente all'interno dei singoli Stati e territori. Un logo o simbolo comune possono contribuire a dare forza e valore alla proposta.
Il sistema dovrà essere facoltativo, semplice, senza oneri economici per gli attori della filiera, dotato di un'amministrazione e una struttura “leggera”, flessibile, a filiera corta, democratica e aperta.
Questa proposta si colloca in un quadro più ampio di politiche di sviluppo agricolo volte a sostenere l'agricoltura famigliare e di piccola scala ed i sistemi agroalimentari locali. Queste esperienze tutelano maggiormente l'ambiente e hanno un effetto moltiplicatore sulla comunità locale generando opportunità di occupazione ed esternalità positive sul territorio.


Lo scorso giugno si è concluso l’iter legislativo che ha portato all’approvazione della nuova Politica Agricola Comune, entrata definitivamente in vigore  da questo gennaio.
Se da un lato la nuova PAC introduce dei considerevoli elementi di novità come ad esempio una maggiore attenzione all’ecologia, ai giovani agricoltori e all’importanza dell’agricoltura familiare, si rivela tuttavia una riforma non soddisfacente: la maggior parte dei sussidi erogati continua a finire esclusivamente nelle mani di alcuni agricoltori, ovvero i grandi proprietari terrieri nonché fautori di un’agricoltura intensiva ed insostenibile.
L’opportunità di elaborare una PAC totalmente nuova non sarà purtroppo compito della futura Commissione Europea, anche se ovviamente possono essere messe in atto azioni di movimento e contestazione al suo interno e gettare le basi per una futura riforma. Ciò che possiamo provare a costruire insieme è l’elaborazione teorica e pratica di un percorso volto al cambiamento radicale dell’approccio alla politica agricola ed alimentare applicato finora.
Il punto di partenza è chiaro: la visione che fino ad oggi ha guidato le politiche agricole deve essere abbandonata poiché non più sostenibile, come si è dimostrato ripetutamente nei diversi contesti (basti pensare che l’agricoltura e il suo indotto sono responsabili di circa il 25% dell’inquinamento ambientale). Il mondo agricolo non è riducibile a semplice comparto industriale che deve produrre in maniera lineare, nel minor tempo possibile, a costi bassissimi, gravando pesantemente sull’ambiente e sulla vita delle persone. Attualmente, mentre si parla di lotta alla fame e alla denutrizione, vengono prodotti alimenti per nutrire 10 miliardi di persone (3 miliardi in più rispetto ai numeri attuali), tuttavia la  maggior parte non viene consumata dagli uomini poiché finisce negli allevamenti intensivi (mangimi), nelle macchine (biodiesel), nell’industria della bio-plastica e quella della cosmesi, mentre un terzo del cibo mondiale viene perso o sprecato (FAO, 2011).
La visione settoriale e riduzionista dell’agricoltura si è rivelata fallimentare ed è giunta l’ora di cambiare, dotandosi di una prospettiva più ampia e complessa: “occuparsi” di agricoltura significa occuparsi di paesaggio, di artigianato, di salvaguardia del territorio e, soprattutto, di comunità.
Il cambiamento più importante che dovremmo proporci di praticare deve innanzitutto partire da un profondo mutamento di visione: cominciare ad intendere l’agricoltura in un’ottica sistemica, quindi olistica e complessa. Solo così saremo in grado di cogliere in maniera costruttiva le diverse sfide che questo sistema ci pone e a cui dobbiamo dare risposta. Dobbiamo ricreare un legame con la terra e le sue storie, in un rapporto salubre che generi benessere sociale e tuteli la sostenibilità.
La prima opportunità che ci offre questo percorso riguarda la creazione di migliaia di posti di lavoro, soprattutto per i giovani: il ritorno alla terra deve poter rispettare i principi di sovranità alimentare e salvaguardia del territorio, stimolando al tempo stesso creatività e innovazione così come la tutela delle culture locali. C’è bisogno dunque di incentivi consistenti che riportino i giovani al lavoro agricolo, che li facilitino nell’accesso alla terra, che li guidino e orientino nel complesso cammino che vorranno intraprendere.
La seconda opportunità, strettamente connessa alla precedente, è il rilancio delle economie locali, di prossimità: un’economia dunque che s’interessa da un lato all’artigianato alimentare e dall’altro alla democrazia partecipata, facendo in modo che queste dimensioni si sostengano a vicenda. E’ proprio questo tipo di tessuto economico a rappresentare il mezzo attraverso cui rilanciare e ricostruire i territori e immaginare nuove filiere.
La terza opportunità riguarda la Grande Distribuzione Organizzata: in Europa c’è bisogno di immaginare e praticare un’alternativa a questo tipo di commercializzazione. Nuove forme di distribuzione (come mercati contadini, progetti di comunità di supporto agricolo, botteghe artigianali, piccole cooperative di produttori e consumatori, gruppi d'acquisto, nuove piattaforme urbana, ecc) possono creare nuove professioni e nuovi posti di lavoro, ma soprattutto possono incidere nella ridefinizione del rapporto tra produttore e consumatore, e nel delineare nuove economie.  
Trasversalmente a questi ambiti in cui agire e mobilitare risorse, rimane il grande tema dell’educazione alimentare, in quanto fino ad oggi il cibo è stato considerato solo in termini di merce e oggetto pubblicitario, privato del tutto del suo reale valore (sociale e culturale). Tutto ciò ha portato alla diminuzione del senso di responsabilità, alla scomparsa di un patrimonio di conoscenze contadine e all’impossibilità di accedere all’informazione da parte dei consumatori.
Ecco perché diventa importante invertire queste tendenze e sviluppare a livello europeo dei programmi di educazione alimentare che sappiano trasmettere il vero valore del cibo e ricomporre la frattura sociale tra produttore e consumatore, tra il cittadino e il suo territorio.  
Il nostro impegno dev’essere dunque rivolto all’apertura di una discussione che coinvolga il più possibile la cittadinanza, agendo in queste direzioni:

  1. Promozione delle produzioni di piccola e media scala: tali esperienze sono positive poiché dotate di forti legami con il territorio circostante e caratterizzate da un limitato impatto ambientale. La piccola-media scala crea lavoro perché utilizza maggiore manodopera, è più sostenibile ecologicamente e rafforza le economie locali. Inoltre contribuisce a ridurre la pressione demografica sulle aree urbane e a contrastare le conseguenze dello svuotamento delle campagne.

  2. Valorizzazione delle produzioni dei territori: in questo modo si contribuisce a salvaguardare la biodiversità naturale, agricola e culturale e le tipicità locali.

  3. Sostegno ai sistemi agroalimentari locali: per ridurre l’inquinamento prodotto dalle catene lunghe di intermediazione, assicurando nel contempo freschezza e stagionalità. Accorciare le filiere e le distanze vuol dire anche dare agli agricoltori un maggiore potere decisionale, aumentando le percentuali dei loro guadagni e la libertà di scelta sulle proprie terre e produzioni.

  4. Sostegno ai sistemi agroalimentari attenti all’ambiente e agroecologici: premiare, incentivare e stimolare l’impiego di buone pratiche ambientali, che tutelino l’ambiente e salvaguardino i beni comuni (biodiversità naturale e culturale, suolo, risorse idriche, ambiente selvatico, paesaggio).

  5. Incentivi destinati alle aree marginali: combattere l'abbandono delle aree marginalizzate (aziende dismesse, campi abbandonati, aree non coinvolte dal turismo, territori collinari e montani ecc) e lo svuotamento delle campagne, attuando politiche sociali ed economiche volte a favorire lo sviluppo sostenibile di queste aree considerate marginali, generando quindi risorse e opportunità per chi vi vive. Tali processi riducono i costi economici, sociali ed ambientali dovuti a fenomeni di dissesto idrogeologico e incentivano il recupero di produzioni locali.